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Bibliografia ragionata sulla libertà politica e sociale

a cura di Ian Carter e Mario Ricciardi

In questa pagina:

- Guida alla letteratura
- Bibliografia

 

Guida alla letteratura


Lavori introduttivi e generali

Lavori generali in italiano che servono come introduzioni alla materia sono Oppenheim (1976), Bobbio (1995) e Veca (1996). Kymlicka (1990) introduce il lettore al ruolo della libertà nel pensiero liberale contemporaneo. Carter e Ricciardi (1996) contiene traduzioni italiane di alcuni degli articoli fondamentali degli anni settanta e ottanta che seguono il contributo di Berlin (1969) che costituiscono ancora oggi un punto di riferimento. Per quanto riguarda libri di lingua inglese, l'introduzione e rassegna più aggiornata sui lavori di analisi concettuale è T. Gray (1991). Altre introduzioni analitiche si trovano in Plant (1991, cap. 6) e Feinberg (1973, cap. 1). Quest'ultimo contiene una discussione utile sul problema di stabilire i "confini" dell'agente. Pelczynski e Gray (1984) è una collezione di saggi ognuno dedicato a spiegare il concetto di libertà in un particolare autore. Include saggi su autori storici come Locke e Rousseau e su contemporanei come Rawls e Habermas. Le altre collezioni più note di autori vari sono Friedrich (1962), Ryan (1979) e Phillips-Griffiths (1983). Miller (1991) contiene le versioni inglesi dei saggi di MacCallum, Steiner, Taylor e Cohen presenti in Carter e Ricciardi (1996).

La "contestabilità essenziale" dei concetti

Alcuni autori hanno sostenuto l'impossibilità concettuale di risolvere definitivamente il problema di definire la libertà. I lavori più noti che difendono quest'idea della "contestabilità essenziale" del concetto di libertà sono Connolly (1974) e Lukes (1974a; 1974b). Rimane fondamentale anche il saggio di Gallie (1955-6), che riguarda la contestabilità essenziale in generale. Swanton (1984-5) individua diversi tipi di tesi a favore della contestabilità essenziale, e cerca di dimostrare che sono infondati. J. Gray (1977), invece, difende la contestabilità essenziale (seppure in una forma indebolita) come utile per la ricerca in filosofia politica, fra l'altro perché costringe a estendere tale disciplina oltre la mera analisi logica. Mason (1990) difende la nozione di contestabilità essenziale, ma sostenendo che essa non svolge alcun ruolo nella spiegazione della apparente impossibilità di risolvere le dispute politiche.

L'idea che la libertà sia un concetto essenzialmente contestabile è criticata in Day (1987, pp. 177-184). Oppenheim (1995). T. Gray (1991, cap. 1) sostiene che la contestabilità essenziale si applica alle diverse concezioni della libertà, ma non al nucleo concettuale (che è rappresentato dalla formula triadica proposta da MacCallum (1967)). Morriss (1987, cap. 25), invece, cerca di risolvere il problema sottolineando la distinzione fra 'parola' e 'concetto', dove una singola parola può essere usata per riferirsi a diversi concetti a seconda dello scopo che si ha in mente. Senza sostenere la contestabilità essenziale, Veca (1989, cap. 11) propone un "resoconto pluralistico" della libertà, secondo cui ci sono diversi tipi di libertà individuati dalle definizioni diversi che diamo agli elementi x e z nella formula di MacCallum.

Libertà come fatto e come valore

Il punto di riferimento centrale per chi difende una concezione puramente empirica della libertà rimane l'ormai classico Oppenheim (1961). Vedi anche la prefazione di Preti alla versione italiana. Più generalmente sulla separazione tra fatti e valori in politica vedi Oppenheim (1973). Una critica a tale prospettiva (precedente a quelle di Taylor e Gray nel presente volume e a quella di Connolly, 1974) si trova in Scarpelli (1964). Secondo quest'ultimo, giudizi comparativi di libertà contengono necessariamente un elemento valutativo, perché esprimono un atteggiamento positivo di fronte a aumenti di libertà. Su questo punto vedi anche Bobbio et al. (1965), dove Bobbio prende la parte di Oppenheim. Steiner (1974-5, 1994, pp. 16-19) difende la concezione empirica della libertà contro l'accusa di Gray (1980) e O'Neill (1989) che tale concezione è "comportamentista". Sul punto, vedi anche Carter (1999, sez. 7.11). Spesso (ma non sempre), un autore che sostiene l'ineliminabilità dal concetto di libertà dei giudizi di valore crede anche nella "contestabilità essenziale" di quel concetto (vedi sopra).

La libertà in Berlin

Le idee di Berlin, e in particolar modo la sua distinzione tra libertà negativa e libertà positiva, sono state ampiamente discusse. Forse quelli più centrati sul saggio Due concetti di libertà (Berlin, 1958, 1969) sono MacCallum (1967), Taylor (1979), M. Cohen (1960), Kaufman (1962), Macfarlane (1966), Macpherson (1973), Rothbard (1982, pp. 215-18), Santambrogio (1989), J. Gray (1980, 1995, cap. 1) e i contributi di Geuss e Hollis (1995) ad un simposio dell'Aristotelian Society. Per Gray, nel pensiero di Berlin la libertà non è un valore sovraordinato (come in Kant) e nemmeno strumentale (come in J.S. Mill); e questo sarebbe un elemento di rottura con la tradizione liberale. Geuss discute nei dettagli il saggio di Berlin e individua in esso quattro concetti di libertà, perché sia la libertà negativa che quella positiva possono essere sia individuali che collettive. Nei suoi commenti Hollis contesta il tentativo di Geuss di trovare un equilibrio tra le ragioni dei sostenitori di diversi concetti di libertà.

Libertà positiva e negativa

Il concetto positivo di libertà come capacità (cioè, l'inclusione degli ostacoli naturali e non meramente sociali come vincoli alla libertà) è difeso in Sen (1985; 1988), Crocker (1980), Spector (1992) e Van Parijs (1995). (Vedi anche "la libertà nell'economia del benessere", sotto.) Van Parijs sembra preferire il termine 'libertà negativa' per descrivere la sua definizione (pp. 21-24) - cosa che fa pensare, insieme a MacCallum (1967), che la distinzione "negativa-positiva" è meno netta di quanto molti hanno pensato. La tesi di MacCallum, ormai canonica anche questa, è che la libertà è sempre libertà sia "da" qualcosa sia "di" fare o essere qualcosa. Più precisamente, costruendo sulla teoria di Oppenheim (1961), MacCallum sostiene che la libertà è una relazione triadica tra un agente, dei vincoli, e un'azione o stato di cose.

Per quanto riguarda la connessione tra libertà, desiderio e autodeterminazione, gli argomenti più spesso citati contro tale connessione sono quelli di Parent (1974a; 1974b), Steiner (1974-5, 1994), M. Taylor (1982) e, soprattutto, Day (1970). La connessione tra libertà, desiderio e autodeterminazione è difesa, invece, da Taylor (1979). Critiche che discutano anche questo saggio di Taylor sono Steiner (1983), Day (1987, pp. 223-25), Kristjansson (1996, cap. 5), Megone (1987), Petroni (1992) e Oppenheim (1995). La discussione più ampia ed equilibrata della tesi di Taylor si trova in Flathman (1987, pp. 15-107), dove viene presentato uno spettro di concezioni, con Steiner e Taylor alle estreme opposte (come sostenitori, rispettivamente, della libertà "puramente negativa" e della libertà "pienamente virtuosa"). Altri noti sostenitori della libertà positiva (in questo senso) sono Milne (1968), Gibbs (1976) e Charvet (1981). Gibbs viene attaccato fortemente dal libertario Flew (1983). Vedi anche la replica di Gibbs (1983). Smith (1977), Arneson (1985) e Christman (1991) affrontano il problema dello "schiavo contento" - cioè, il paradosso per cui, secondo alcune definizioni positive di libertà, uno schiavo contento potrebbe risultare completamente "libero". Smith sostiene che non vi è nessun argomento logico in grado di dimostrare che lo schiavo contento è non-libero. Questa tesi viene discussa ulteriormente in J. Gray (1989, pp. 69-88). Arneson e Christman cercano invece di minimizzare la possibilità dello schiavo contento e libero, sottolineando l'importanza dell'"origine" dei desideri dell'agente. Altri lavori rilevanti per il concetto di libertà positiva come autodeterminazione sono quelli centrati sul concetto di autonomia (inteso come controllo dei propri desideri): vedi Veca (1990, cap. 2), O'Neill (1989), Christman (1989), che contiene alcuni importanti contributi di autori vari, e, per una introduzione e rassegna, Lindley (1986).

Vincoli alla libertà

Steiner (1974-5) sostiene che l'unico tipo di vincolo alla libertà è l'impossibilità fisica, e quindi che le minacce non riducono la libertà. La tesi dell'irrilevanza delle minacce alla non-libertà è criticata da Day (1977), che, pur simpatizzando con l'approccio negativo di Steiner, sostiene la rilevanza delle minacce per l'impedimento delle azioni "complesse", dove un'azione complessa è la combinazione di diverse singole azioni. Altre critiche alla tesi di Steiner si trovano in Häyry e Airaksinen (1988), Spector (1992, cap. 1) e Swanton (1992, cap. 8). La tesi viene difesa invece in Parent (1974a) e Gorr (1989, cap. 2). Due lavori che sollevano dubbio sulla presunta irrilevanza delle offerte alla libertà sono Lyons (1975) e Zimmerman (1981). Feinberg (1980, cap. 1) introduce l'idea della "fecondità" per gettare luce sulla dimensione temporale del vincolamento: una opzione è feconda in quanto il suo compimento crea nuove opzioni; manca fecondità in quanto le preclude.

La tesi di Miller (1983), invece, è che la responsabilità morale è rilevante per la definizione di un vincolo: gli unici ostacoli che contano come vincoli alla libertà di un agente sono gli ostacoli per cui un altro agente può essere ritenuto moralmente responsabile. Questa tesi è stata criticata esplicitamente da Oppenheim (1985), elaborata ulteriormente in Miller (1985, 1989, cap. 1). Come riconosce lo stesso Miller, la sua teoria è fortemente influenzata dal noto articolo di Benn e Weinstein (1971). Kristjánsson (1996) assume la prospettiva di Miller in un tentativo di giustificare l'intuizione che le minacce restringono la libertà mentre le offerte non lo fanno. Spector (1992, pp. 25-29) critica Miller con riferimento alla discussione tra Miller e Oppenheim nel presente volume. Sul problema atti-omissioni, alcuni dei lavori più noti degli anni '70 e '80 sono raccolti in Fischer e Ravizza (1992).

La "non-libertà collettiva"

La distinzione tra senso individuale e collettivo di libertà è stata prefigurata da B. Russell (1961) e sviluppata autonomamente da G.A. Cohen (1983, 1991). Quest'ultimo analizza altri aspetti della non-libertà proletaria, e il suo rapporto con lo sfruttamento, in Cohen (1986; 1995). Le idee di Cohen sono criticate da un punto di vista marxiano in Brenkert (1985) e da un punto di vista libertario in J. Gray (1988). In particolare, Brenkert accusa Cohen di avere trascurato la ricchezza della definizione marxiana della libertà (una definizione più ampiamente discussa in Brenkert, 1983). Gray cerca di difendere il legame fra capitalismo e libertà attraverso una critica alle idee di Cohen, da una parte sulla proprietà comune, e dall'altra sulla non-libertà collettiva. Cohen replica a Brenkert in Cohen (1985), e a una parte della critica di Gray in Cohen (1995, pp. 62-66). Mason (1996) applica le idee di Cohen al problema della non-libertà delle donne, sostenendo che essa sia di carattere collettivo in senso coheniano.

La posizione libertaria

Hayek (1960, cap. 1) definisce la libertà come assenza di coercizione da parte della volontà arbitraria di un altro. Su questa definizione, e il suo ruolo nel pensiero di Hayek, vedi N. Barry (1984), J. Gray (1981; 1984) e Kukathas (1989, cap. 4). I lavori di Leoni (1961) e Hayek (1982) sono considerati di particolare importanza per la loro sottolineatura della distinzione tra "legge" e "legislazione", dove la seconda, e non la prima, menoma la libertà. Hayek (1960), Nozick (1974, capp. 7 e 8), Narveson (1985) e Levin (1985) sollevano il problema del conflitto tra la libertà negativa e lo scopo socialista di egualizzare il benessere o le risorse. Autori di sinistra quali Loevinsohn (1976-7), Norman (1981), Nielsen (1985), Lukes (1991) e Sen (1992, § 1.4), invece, argomentano che questo presunto conflitto tra libertà e uguaglianza è illusorio. Spesso i libertari tendono a identificare la libertà con la possibilità di essercitare i diritti di proprietà privata: vedi, per esempio, Leoni (1961, cap. 2), Nozick (1974, cap. 7) e Rothbard (1982, quarta parte). Tale prospettiva è criticata da C.C. Ryan (1977), G.A. Cohen (1981) e Kymlicka (1990, cap. 4), che accusano questi libertari di avere usato un argomento circolare a favore dell'istituto della proprietà privata.

La posizione repubblicana

Skinner e Pettit cercano di recuperare la tradizione repubblicana secondo cui la libertà di un cittadino consiste nella sua attiva partecipazione nella sfera politica. Secondo Skinner (1984; 1990), tale ideale è diversa dalla concezione positiva di libertà come esposta da Berlin, e permette di evitare la conclusione paradossale per cui si può "costringere a essere libero". Similarmente, Pettit (1993; 1996, capp. 2 e 3) definisce la libertà non come la mera assenza di ostacoli, ma come la presenza di garanzie di ciò - garanzie che vengono fornite tramite l'esercizio delle virtù repubblicane.

La libertà in Rawls

Per una discussione generale sulla libertà in Rawls, vedi Paul (1984). Alcune critiche alla tesi rawlsiana della priorità della libertà (cioè, che la massima eguale libertà ha priorità su altri scopi sociali, come la riduzione delle ineguaglianze di reddito) si trovano in Hart (1973), al quale Rawls (1982) ha cercato in parte di rispondere. Sulla priorità della libertà in Rawls vedi anche Barry (1973a; 1973b), Lessnoff (1974) e Bowie (1980). La formula triadica di MacCallum (1967 - vedi "libertà negativa e positiva", sopra) viene impiegata nel § 32 di Rawls (1971), dove egli definisce i tre elementi in modo abbastanza ampio. Ciò nonostante, esclude dalle possibili definizioni di 'vincolo' la povertà e l'ignoranza, argomentando che questi menomano "il valore della libertà", e non la libertà stessa. Daniels (1975) critica questa distinzione fra libertà e "valore della libertà", argomentando che Rawls non ha motivi per dare priorità all'eguale libertà rispetto all'eguale valore della libertà. Sen (1990) accusa Rawls di aver trascurato la libertà a favore dei "mezzi per la libertà" (cioè, a favore dei cosidetti "beni primari"). Che questi mezzi siano distribuiti in modo uguale non garantisce che lo sia anche la libertà. Hart (1973), O'Neill (1980) e T. Gray (1993) argomentano che l'idea stessa di "massima eguale libertà" non ha significato determinato. Swanton (1992) applica il metodo rawlsiano dell'"equilibrio riflessivo largo" al problema di definire la libertà.

Il valore della libertà

La libertà ha valore intrinseco? Feinberg (1978), Hurka (1987) e Sen (1988) argomentano a favore di questa idea. Contrari invece sono R. Dworkin (1977, cap. 12), Pontara (1988, cap. 9) e Kymlicka (1990, cap. 4). Secondo Dworkin e Kymlicka, è l'uguaglianza, e non la libertà, che costituisce il valore fondamentale per i liberali. Per Pontara, invece, solo l'utilità ha valore in sé. G. Dworkin (1989, cap. 5) e Dowding (1992) argomentano che diminuzioni dell'ambito di scelta di una persona possono anche avere valore per quella persona. Carter (1994; 1995; 1999, cap. 2) analizza e difende l'idea che la libertà ha valore "in quanto tale", che, egli sostiene, può anche significare che ha un tipo di valore strumentale. Crocker (1980, cap. 7) e Raz (1986, capp. 1 e 15) argomentano che la libertà ha valore per liberali in quanto parte costitutiva dell'autonomia. Vedi anche le discussioni sull'idea della "priorità della libertà" in Rawls (sopra).

La distribuzione e misurazione della libertà

La tesi di Steiner che la distribuzione della libertà è un "gioco a somma zero" è difesa in Steiner (1983; 1994, cap. 2) e criticata in T. Gray (1991, cap. 4). Oltre a Rawls (1971), per una difesa del principio di "eguale libertà" vedi Steiner (1974; 1987; 1994, pp. 208-23). Van Parijs (1995, capp. 1 e 2), invece, propone il criterio di "leximin" per la giusta distribuzione della libertà. Feinberg (1978), come Berlin, parla della necessità di garantire "un minimo" di libertà a tutti. Il principio di "massima libertà" viene criticato in Kymlicka (1990, cap. 4).

Dire che la giustizia richiede "l'eguale libertà" o che bisogna "massimizzare" la libertà sembra presupporre che la libertà sia misurabile. Ma è possibile dare un senso all'idea che una persona sia, complessivamente, "più libera" di un'altra? Steiner (1983; 1994) e Carter (1999, parte III) cercano soluzioni costruttive, proponendo formule per la misurazione della libertà. Vedi anche Swanton (1979), Crocker (1980) Spector (1992), e gli economisti citati nella prossima sezione. Hart (1973), O'Neill (1980), Arneson (1985), T. Gray (1991, cap. 5) e Oppenheim (1995) sono invece scettici rispetto a questa intrapresa.

La libertà nell'economia del benessere

La nuova crescita dell'interesse degli economisti per la distribuzione e massimizzazione della libertà è dovuta in grande parte ai lavori di Sen (per es., 1970; 1985; 1988; 1992), che ha criticato la loro tendenza precedente di concentrarsi esclusivamente sulle "acquisizioni" delle persone, misurate di solito in termini di utilità. Per lavori in italiano sulla libertà in Sen, vedi Balestrino (1991), Campus (1993) e Sciclone (1994). Sul ruolo della libertà nella teoria delle scelte sociali vedi anche Rowley e Peacock (1975), Riley (1987) e Wriglesworth (1982). Un problema scoperto da Sen (1970) e molto discusso successivamente è quello della tensione fra la libertà individuale e l'ottimalità paretiana. Sulle discussioni successive vedi Sen (1976). In generale, gli economisti del benessere che hanno affrontato il problema della misurazione della libertà sono meno scettici dei filosofi: vedi Gabor (1979), Suppes (1987), Pattanaik e Xu (1990), Sen (1991), Puppe (1995, 1996) e Arrow (1995). Di solito, questi economisti favoriscono una forma di libertà positiva come capacità (vedi, per esempio, Dasgupta, 1993, pp. 40-46), e sostengono la rilevanza delle preferenze dell'agente per i giudizi riguardo l'estensione della sua libertà (vedi in particolare Sen, Puppe e Arrow).

La libertà nella teoria del diritto

Nella letteratura di teoria del diritto l'interesse per la libertà è antico. Per quanto riguarda la filosofia analitica si possono distinguere due prospettive. A un primo livello, tendenzialmente descrittivo, la libertà negativa è considerata uno dei concetti fondamentali del diritto già nel lavoro pionieristico di Hohfeld sulle relazioni giuridiche (1923). La tesi di Hohfeld è stata poi sviluppata in due direzioni. Da un lato, nel senso di una sempre più precisa ricostruzione della logica di alcuni concetti giuridici, come nei lavori di Ross (1953), Moritz (1960), Kanger (1972), Lindahl (1977) e Hart (1982). Dall'altro, come contributo alla chiarificazione di alcuni problemi della filosofia morale o della teoria politica, come in Sumner (1987), Feinberg (1992) e Steiner (1994, capp. 2 e 3). Da questo punto di vista, uno dei problemi più discussi è quello dei rapporti tra punibilità e non-libertà. Per Oppenheim (1995) la punibilità, intesa come probabilità di essere puniti, è un parametro della non-libertà. Di diverso avviso è Steiner (1974-5, 1994, cap. 2). Sulle interpretazioni di Hohfeld, vedi Azzoni (1994).

A un secondo livello, i due concetti individuati da Berlin entrano in gioco nella valutazione dei diversi modelli delle istituzioni giuridiche, a seconda che queste siano ritenute, di volta in volta, favorevoli o sfavorevoli alla libertà negativa o a quella positiva. Per questo secondo aspetto vedi Hart (1981) e Raz (1986).

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Bibliografia

 

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