Conte e Oppenheim sull’impossibilità
normativa ed empirica

Ian Carter

 

In un recente saggio dal titolo Dimensions of Unfreedom (un contributo agli Essays dedicated to Felix Oppenheim, Macmillan, forthcoming), Amedeo G. Conte distingue tre tipi di impossibilità normativa. L'impossibilità normativa - cioè, l'impossibilità in relazione a regole - si distingue in impossibilità deontica e impossibilità adeontica. L’impossibilità deontica consiste nel semplice divieto. L'impossibilità adeontica si distingue a sua volta in "impossibilità anankastica" (cioè, impossibilità in relazione a regole anankastico-costitutive) e "impossibilità eidetica" (cioè, impossibilità in relazione a regole eidetico-costitutive). Un esempio di impossibilità deontica è fornito dalla frase: "non si può attraversare con il rosso". Un esempio di impossibilità anankastica è fornita dalla frase: "non si può concorrere a un dottorato senza avere conseguito la laurea". Un esempio di impossibilità eidetica è fornita dalla frase: "non si può fare goal al gioco degli scacchi".

Nei libri Dimensioni della libertà (Feltrinelli, 1982) e Concetti politici (Il Mulino, 1985), Felix E. Oppenheim propone la seguente definizione di non-libertà sociale: P (un agente) rende R (un altro agente) non-libero di fare x (un’azione) se P rende x o fisicamente o praticamente impossibile per R. ‘Libertà sociale’, poi, viene definita come assenza di non-libertà sociale. Per Oppenheim, libertà e non-libertà (per cui, da ora in poi, intendo libertà e non-libertà sociale) sono concetti empirici, e consistono, rispettivamente, nell'assenza e presenza dell'impossibilità empirica di compiere azioni. L'impossibilità empirica, per Oppenheim, si distingue in impossibilità fisica e impossibilità 'pratica', dove per 'impossibilità pratica' si intende un tipo di impossibilità più debole di quello fisico. Se un'azione è praticamente impossibile, il suo compimento è o troppo costoso o troppo doloroso o troppo difficile per l'agente. Un esempio di impossibilità fisica è fornito dalla frase: "non posso attraversare l'autostrada saltando da un lato all'altro". Un esempio di impossibilità pratica è fornito dalla frase: "mi è impossibile non confessare sotto tortura". Un modo in cui P può rendere x praticamente impossibile per R è rendendo x punibile per R. Cosí, nell'esempio appena riportato, se R dovesse scegliere di non confessare, sarebbe punito con la tortura. È in base a questo fatto che possiamo descrivere R come non-libero di rimanere in silenzio, anche se rimane fisicamente possibile per R non confessare.

A prima vista, sembra che Oppenheim sosterrebbe che il saggio di Conte non è affatto un saggio sulle "dimensioni della non-libertà" (dimensions of unfreedom). Nel caso della libertà oppenheimiana, si tratta di capire se P rende o non rende empiricamente impossibile per R il fare x, non di capire se x è possibile per R in senso normativo. Infatti, l'impossibilità normativa e quella empirica sono variabili indipendenti: R può essere empiricamente libero ma normativamente non-libero di fare x, e può essere normativamente libero ma empiricamente non-libero di farlo. In altre parole, sembra che l'impossibilità normativa ed empirica siano animali completamente diversi, e che il tentativo di stabilire un qualche rapporto tra di loro non può avere più successo di un indagine su, ad esempio, il legame tra gli asparagi e l'immortalità dell'anima (vedi Achille Campanile, Gli asparagi e l'immortalità dell'anima).

Ma forse un indagine sui due tipi di impossibilità può riuscire un po' meglio di quello di Campanile. E' vero che nessuno dei tre tipi di impossibilità normativa viene considerata da Oppenheim come in sé un esempio di non-libertà, appunto perché egli considera la non-libertà un concetto empirico. Tuttavia, l'impossibilità deontica è rilevante per la non-libertà sociale oppenheimiana, in quanto la trasgressione di una regola deontica sia di fatto (empiricamente) punibile. Un comportamento è da considerare "punibile" nella misura in cui, statisticamente, quel comportamento viene punito (il grado di libertà di compiere un atto proibito dipende, per Oppenheim, dalla probabilità statistica di essere punito); e la punibilità sembra a sua volta dipendere dall'esistenza di regole deontiche. Altrimenti, non sapremmo distinguere tra un caso di punizione e un caso di mera menomazione. Se questo è vero, possiamo dire che una condizione sufficiente della non-libertà oppenheimiana è la punibilità, e che una condizione necessaria della punibilità è l'esistenza dell'impossibilità deontica conteana.

Visto che la rilevanza dell'impossibilità normativa per la non-libertà oppenheimiana dipende dalla punibilità della trasgressione di regole normative, sembra che l'impossibilità normativa adeontica (a differenza da quella deontica, appena discussa) non possa essere una condizione della non-libertà oppenheimiana. Questo perché, almeno nel caso di una regola eidetico-costitutiva, Conte dice esplicitamente che la trasgressione di una tale regola è essa stessa impossibile. Nel gioco degli schacchi, per esempio, non è possibile non-conformarsi a una delle regole degli scacchi. Chi non obedisce alle regole degli schacchi, semplicemente, non sta più gioccando a schacchi. Quindi, dal momento che la punibilità dipende dalla possibilità di trasgressione di una regola normativa, le regole normative eidetico-costitutive non sono il tipo di regola normativa che serve per l'individuazione delle azioni punibili.

(Nel caso delle regole anankastico-costitutive, la cosa mi è meno chiara. Presentare un certificato di laurea falso a un concorso di dottorato potrebbe, in teoria, essere punibile, ma è un esempio di non-conformità a una regola anankastico-costitutiva? E' un esempio di non-conformità alla regola anankastico costitutiva "non si può concorrere ad un dottorato di ricerca senza avere previamente conseguito la laurea"?)

Rimane il fatto, comunque, che l'esistenza di certe possibilità di azione dipende dall'esistenza delle regole eidetico-costitutive, e questo potrebbe portare a stabilire una connessione anche tra questi tipi di regole e la libertà sociale oppenheimiana. Non c'è un senso, dopo tutto, in cui la creazione di nuove regole eidetico-costitutive aumenta il numero di possibilità di azione per certi agenti, portando in esistenza certi 'x' (nella definizione di Oppenheim) che prima non esistevano? Seguendo l'approccio del filosofo canadese Hillel Steiner, si può dire che l'ammontare di libertà di un agente è funzione sia del numero delle sue libertà, sia del numero delle sue non-libertà (Vedi il suo How Free: Computing Personal Liberty, in A. Phillips-Griffiths (a cura di) Of Liberty, Cambridge University Press, 1983; Carter, A Measure of Freedom, Oxford University Press, 1999, pp. 171-73). Più precisamente, secondo Steiner, l'ammontare di libertà di un agente è rappresentato da una frazione, dove il numeratore è il numero di libertà dell'agente, mentre il denominatore è il numero delle sue libertà più il numero delle sue non-libertà. In altre parole, l'ammontare complessivo della mia libertà è rappresentato dalla proporzione di azioni logicamente possibili che sono per me empiricamente possibili.

Il ragionamento intuitivo per giustificare questa formula procede nel modo seguente: sarebbe sbagliato considerarmi complessivamente più libero di te solo perché possiedo un numero maggiore di libertà rispetto a te; questo, perché potrei anche possiedere un numero maggiore di non-libertà. E' per questo che il mio ammontare di libertà è rappresentato da una frazione piuttosto che dal semplice numero di azioni per me empiricamente possibili. Perché contare anche le mie non-libertà, e non solo le mie libertà? Come sarebbe possibile per me, in ogni caso, avere un numero maggiore rispetto a te, sia di libertà sia di non-libertà? La risposta sta nel fatto che alcune azioni potrebbero essere concepibili nella mia società ma non nella tua. Nella tua società, tali azioni non possono essere rese empiricamente impossibili da altri agenti: per esempio, nella Grecia antica, nessuno poteva rendere impossibile per un altro predere l'aereo per Parigi, perché nella Grecia antica l'aereo non esisteva. Ora, Steiner ha in mente in questo contesto la tecnologia come fonte di nuove azioni. Ma lo stesso ragionamento non si potrebbe fare con riferimento alle regole costitutive come fonti di nuove azioni? Ammesso che la risposta a questa domanda sia affermativa, e ammessa l'accettabilità della formula di Steiner per calcolare l'ammontare di libertà di un agente, una società che conosce le regole del gioco degli scacchi (e in cui, empiricamente, nessuno rende impossibile ad altri giocare a scacchi) sara' più libero, ceteris paribus (in termini puramente oppenheimiani), di una società che non conosce tali regole (e in cui, per definizione, nessuno rende né fisicamente né praticamente impossibile ad altri giocare a scacchi).

Ammessa la validità dell'argomento di cui sopra, per stabilire chi è più libero di chi in senso puramente empirico, sarebbe necessaria un indagine non solo sulla presenza di regole deontiche, ma anche sulla presenza di regole eidetico-costitutive.