Un’ontologia del ‘come se’.

Paolo Di Lucia

Nel romanzo I turbamenti del giovane Törless, Robert Musil racconta la stupore metafisico di un giovane di fronte alla scoperta dei numeri immaginari.

"- Ogni numero, positivo o negativo che sia, elevato al quadrato dà una quantità positiva. Dunque non può esistere un numero reale che sia la radice quadrata di una quantità negativa.

- Giustissimo; ma perché non si dovrebbe tentare lo stesso di estrarre la radice quadrata di un numero negativo? Naturalmente non può produrre un valore reale, e perciò il risultato si chiama immaginario. E' come dire: qui sta sempre seduto qualcuno, perciò anche oggi mettiamogli una sedia, e anche se nel frattempo è morto continuiamo come se venisse."

In questa semplice locuzione, ‘come se’ (‘als ob’), Musil avverte genialmente lo snodo concettuale della matematica dell'immaginario.

Forse uno stupore analogo a quello del giovane Törless di fronte al ‘come se’ dei numeri immaginari, è all'origine de La filosofia del come se (Die Philosophie des Als Ob), la maggiore opera sulla finzione nella storia del pensiero occidentale, che il ventiquattrenne Hans Vaihinger (1852-1933) aveva iniziato nel 1876 e che apparirà solo nel 1911, cinque anni dopo il romanzo di Musil.

Vaihinger denuncia sistematicamente il carattere fittizio e paradossale di entità come "punto", "linea", "superficie" e poi "infinito", "materia", "atomo", "cosa in sé"; entità alle quali noi non possiamo attribuire un'esistenza reale, dalle quali tuttavia ci facciamo guidare per conoscere e comprendere la realtà.

Ma in che cosa un'entità di finzione si differenzia da un'entità reale? Che cosa distingue una finzione concettuale (come l'"indivisibile" di frate Bonaventura Cavalieri, al quale Vaihinger dedica la propria opera), da un personaggio immaginario di un romanzo, ad esempio Don Chisciotte?

A queste fondamentali domande aveva dedicato un breve frammento, non più di una cinquantina di pagine (dimenticate da Vaihinger), il filosofo e giurista inglese Jeremy Bentham (1748-1832). Un manoscritto composito (reca tre date: 1813, 1814, 1821), apparso nel volume ottavo dell'edizione a cura di John Bowring e recentemente ripubblicato da Jean-Pierre Cléro e Christian Laval in una pregevole edizione critica, alla quale ha collaborato Philip Schofield, uno degli editors inglesi dei Collected Works di Bentham. Introduce il libro un saggio dei curatori: La teoria delle finzioni e l'utilitarismo, seguito da un prezioso apparato di commenti bio-bibliografici e di indici.

A riscoprire il frammento benthamiano era stato nel 1932 Charles Kay Ogden (1889-1957), non a caso il traduttore inglese di Vaihinger. Nel suo commento Ogden sottolineava le virtù terapeutiche di uno stile analitico ante litteram. Il suo lavoro, Bentham's Theory of Fictions, ebbe fortuna nell’ambiente della filosofia analitica. E tuttavia né Ogden né altri si resero conto della "rivoluzione ontologica" operata in queste brevi, ma dense pagine, a tratti persino incomplete e incoerenti.

Ma dove sta il carattere sovversivo, rivendicato da Bentham stesso, di queste pagine sulle entità fittizie? Mi pare che la rivoluzione ontologica di Bentham si compia in due atti.

(I) Primo atto: il baricentro dell'ontologia è spostato dalle sostanze alle relazioni, entità fittizie che sembrano assorbire tutte le altre. La teoria delle relazioni è, come ha osservato Deleuze con riferimento a Hume, la vera novità dell'empirismo. Qui Bentham ci offre pagine di grande acume e vividezza nelle quali esplora la metafisica del senso comune, ad esempio, quando parla degli oggetti in movimento. Qui l'ontologia di Bentham è sorretta da un'intuizione spaziale e le relazioni di prossimità e di distanza si rivelano decisive per il confronto tra finzione e realtà. Per Bentham, è infatti prerogativa dell’uomo e del suo formidabile strumento (il linguaggio) vestire la nuda realtà con gli abiti della relazioni: identità, somiglianza, diversità, causalità, etc.

(II) Secondo atto: le entità fittizie e immateriali sono rese osservabili mediante una strategia nuova: l'indicazione di un'archetipo o di un'immagine materiale, che consente di confrontarle con le realtà materiali che le hanno generate. Nel caso di un’entità giuridica come "obbligazione", la radice verbale (del latino ligare) evoca l'immagine materiale di una corda che lega, di un vincolo materiale. Bentham infaticabile inventore di neologismi, battezza questa tecnica rizophantia (in greco: indicazione della radice) e la contrappone enfaticamente al metodo della definzione aristotelica per genus et differentiam, incapace, a suo avviso, di operare nel caso di entità prive di un superior genus, come appunto "obbligazione" o "diritto". A questa tecnica egli affida il destino della metafisica nella convizione di aver mostrato che "la nostra percezione delle idee è ancora più immediata e diretta di quella delle sostanze corporee; la nostra convinzione della loro esistenza è ancora più intensa e irresistibile di quella dell'esistenza delle sostanze corporee."

Nulla era davvero più adatto per un simile compito del lungo training compiuto da Bentham nel campo delle finzioni giuridiche e politiche ("privilegio", "volontà generale", "contratto originario"). Nessuno più indicato di lui, abile smascheratore di sofismi, per addentrarsi in quella selva non ancora esplorata ("a wilderness never hiterto explored") delle entità fittizie e immaginarie.

Jeremy Bentham, De l'ontologie et autres textes sur le fictions. Texte anglais établi par Philip Schofield. Traduction et commentaires par Jean-Pierre Cléro et Christian Laval. Bilingue anglais-français. Paris, Editions de Seuil, 1997, pp. 289.


Data ultima modifica: martedì 22 dicembre 1998

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