Seminario di filosofia sociale

Lorenzo Passerini

Dimensioni sociali della teoria dei prototipi.

Pavia, 18 maggio 1999

 

  1. La teoria dei prototipi.
    1. Categorie cromatiche e referenti percettivi universali.
    2. La struttura interna delle categorie.
    3. Il concetto di prototipo.
      1. Prima accezione.
      2. Seconda accezione (supplementarità).
    4. Due principî di economia cognitiva: differenzialità (caratterizzazione in negativo) e tipicità (caratterizzazione in positivo) à cue validity e somiglianze di famiglia.
      1. Attributi comuni.
      2. Movimenti motorî (Husserl e la familiarità con l’ente che proviene dalla prassi conoscitiva ma anche, prima di tutto, dalla prassi quotidiana dell’azione).
      3. Somiglianza di forma e forma media (concettualizzazione analogico-globale, olistica; prototipo vs. schema à p¡ raw e  peiron, variazione eidetica).
      4. Pseudo-concetto come "collegamento tra il modo di pensare per complessi ed il modo di pensare per concetti" (Vygotsky); la formazione dei concetti scientifici (Snell); Deleuze e Il politico di Platone: dimensione axiologica del concetto (estetica, tecnica, deontica, costitutiva) à "familiarità con l’ente" ed interconnessione tra prassi conoscitiva e prassi quotidiana dell’azione.
    5. Arbitrario vs. motivato: una falsa opposizione.
      1. Non arbitrarietà della categorizzazione: la resistenza ontologica.
      2. Arbitrarietà relativa della categorizzazione.
      3. Motivazione vs. opacità (entrambe compatibili con l’arbitrarietà del regime simbolico = motivazione non è necessaria perché si abbia segno linguistico): espressioni linguistiche come shmeia, indici, premesse si un processo inferenziale volto alla ricostruzione della coerenza (Prandi, Grice).

     

  2. "Sapere prototipico condiviso".
    1. "Sapere prototipico condiviso" ed a priori par défaut (Kleiber): Protoyp-Annhärungs-Prinzip e Abweichungs-Signalisierungs-Prinzip (Schlyter).
    2. Husserl: la pre-datità degli oggetti e il loro senso di "oggetti-per-tutti" à "validità per una comunità linguistica" come prima idealizzazione che è sempre presupposta dal giudicare: il "regresso dall’evidenza del giudizio all’evidenza oggettiva" rivela l’immanenza dall’esserci-per-ognuno à intersoggettività trascendentale e copercezione.
    3. Wittgenstein (Borutti): immanenza della comunità alla nostra possibilità di parlare: comunità come normalità necessaria ed infondata
    4. Dal problema della referenza al problema della condivisione del senso: referente extra-linguistico vs. immanenza discorsiva (e dinamica, temporale) del senso: ogni significato viene significato all’interno di un orizzonte di senso che è condiviso da una comunità linguistica, ma che è allo stesso tempo in continua, dinamica costituzione (il senso è costituito e costituente rispetto alla comunità linguistica à oggetti istituzionali di De Lorenzi e Azzoni).
    5. Genesi passiva vs. genesi attiva: resistenza ontologica ed autoqualificazione vs. selezione dei tratti pertinenti.

 

 


 

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